Sette laboratori in tre anni
Ma creare quello che ha fatto BQ in questi anni non è stato certo facile, dato che bisognava partire da una tabula rasa. "Per fortuna" – dice il CTO di BQ, Ravín Dahalani – "Qualcomm ci ha aiutati molto con grande supporto dai loro ingegneri e mettendoci a disposizione una gran quantità di materiale tecnico".
Negli ultimi 3 anni, BQ ha costruito ben sette laboratori all'interno della propria sede, alla periferia di Madrid.

"Controllare ogni aspetto della produzione è essenziale se vuoi differenziarti dagli altri e garantirti un prodotto molto affidabile. Non avendo le risorse economiche degli altri giganti degli smartphone, l'unica nostra speranza è il passaparola e questo lo ottieni solo se il cliente è molto soddisfatto di quello che ha comprato" – confida dal Prado.
Al momento, secondo quanto ci dice Dahalani, tutta la sezione della fotocamera è sviluppata in Spagna, così come la parte dedicata ai sensori.
"Trovare le persone giuste per aprire il laboratorio dedicato alla fotocamera", rivela Dahalani, "non è stato per nulla facile. Gli esperti di CCD, CMOS e gestione elettronica delle immagini sono pochissimi. In compenso, non abbiamo avuto grandi problemi a reclutare ingegneri software".

Secondo il CTO di BQ, i softwaristi sono importantissimi per molti motivi. Innanzitutto, la maggior parte dell'esperienza utente dipende dall'interfaccia, che è prettamente software, e poi un software scritto molto bene può mascherare le eventuali magagne dell'hardware come una fotocamera troppo rumorosa o un sensore che non risponde sempre correttamente.
"Bq lavora ogni giorno con le migliori software house del mondo per offrire le funzioni più avanzate sui propri smartphone", dice Dahalani, "e questo è alla base di buona parte del nostro successo. Un utente contento è un utente che consiglierà il prodotto a un amico".
La sfida che adesso si prepara per BQ è importante perché dopo aver conquistato la Spagna, dovrà estendersi internazionalmente per poter continuare il percorso di "ricostruzione" del know how tecnologico in Europa.

"La sfida è grande, ma confidiamo anche nell'aiuto di chi vede che non facciamo tutto solo per soldi. Il tablet Ubuntu che abbiamo appena annunciato o i prodotti per introdurre gli studenti delle elementali alla programmazione non ci faranno diventare ricchi, ma contribuiranno a diffondere l'idea che anche in Europa si deve vivere d'innovazione", conclude dal Prado.
"I programmatori saranno le figure professionali più richieste del prossimo futuro", interviene Dahalani, "e bisogna iniziare a formarli da subito per avere le forze di tornare a creare innovazione anche da noi invece di lasciare tutto in mano a Paesi asiatici e USA".